Umbria | ITALIA

Il Vinosanto del Malfiore

Seguendo le tracce del Malfiore, vitigno raro che regala il Vinosanto: tradizione familiare, essenza pregiata che supera il divenire del tempo per regalarci profonde emozioni.
24 Ottobre 2024
Parole di Monia Matteucci
Monia Matteucci
DrinkWine

Nella parte più settentrionale dell’Umbria, fra colline dai profili dolci e campi coltivati che circondano Città di Castello, si trova una zona estremamente interessante da un punto di vista paesaggistico e culturale: l’Alta Valle del Tevere, snodo fondamentale per gli scambi culturali ed economici fra Toscana, Emilia Romagna, Lazio e Marche; terra battuta da monaci templari, cavalieri, frati, minatori, contadini, artisti, accademici e giuristi. E se l’Umbria è il cuore d’Italia, l’Alta Valle del Tevere ne è sintesi ed espansione, riuscendo a far coesistere, come luce scomposta da prisma, in un equilibrio strano ed armonico, diversità e tradizione.

Uno dei prodotti che esprime questa sintesi è il Vin Santo; alcuni studiosi riconducono l’origine di questo vino al Mar Egeo e alle sue isole, oggi è impossibile separarlo dall’Italia centrale: lo troviamo in Toscana, prodotto sia con uve a bacca bianca che a bacca rossa, lo troviamo nelle Marche, nei Colli Picentini con il loro Vin Santo di Vigoleno raro e sontuoso, e lo troviamo in Umbria, sia in versione “classica” che affumicata.

Il Vinosanto da Uve Affumicate è un vino passito

che viene prodotto da piccole aziende con un’uva quasi scomparsa dal nome vagamente shakespeariano: il Malfiore, detto anche Dolciame. Un vitigno umbro autoctono, diffuso storicamente nei comuni di Città di Castello, Umbertide, Montone, Citerna, San Giustino Umbro e Monte Santa Maria Tiberina, zone in cui si preferiva l’agricoltura alla viticoltura, infatti questa varietà veniva spesso coltivate maritata a aceri campestri a delimitare gli appezzamenti di terreno.

Le famiglie contadine di queste zone avevano sviluppato una tecnica di lavorazione che ha reso unico questo prodotto, l’affumicatura. I grappoli venivano appesi uniti a due a due (a coppiole), in locali ricchi di fumo, per la presenza di camini e stufe, e questo conferiva una nota affumicata al prodotto finale. 

Storicamente ogni nucleo familiare della zona appendeva i grappoli alle travi del soffitto, in cucina o nei seccatoi, permettendo al fumo del camino di salire e impregnare gli acini.

Nel corso dell’Ottocento questa tradizione si è intrecciata con un’altra attività in ascesa dell’epoca: la produzione del tabacco.

La coltivazione del Tabacco ha interessato parte dell’Umbria e della Toscana 

fino agli anni ‘90 del 1900 circa. Ricordo ancora, fra fine anni ’80 e inizio anni ‘90 i campi di tabacco, la raccolta che a Settembre era quasi un rito con i rimorchi dei trattori carichi, l’odore delle foglie verdi e il profumo pungente che usciva dai seccatoi, dove si stendevano le foglie per farle, appunto, seccare.

In questi locali i produttori di vino sistemavano anche i grappoli, esponendoli al fuoco e al fumo delle grandi stufe a legna. 

Originariamente veniva impiegata l’uva Malfiore, da sola o con trebbiano, malvasia ma anche grechetto, tutte raccolte a maturazione non eccessiva. Oggi come allora la lavorazione inizia fra Settembre e Ottobre con la vendemmia, le uve sono fatte poi appassire per tre, quattro mesi, fino a dicembre o gennaio. A questa prima fase segue la diraspatura, la torchiatura e la fermentazione. Infine avviene l’immissione per l’affinamento in caratelli con la madre (un lievito indigeno spesso centenario che tutte le famiglie di produttori hanno).

Non è un vino economico. I tempi di affinamento sono minimo cinque anni, e dopo 10 anni, fra appassimento e spremitura, 

La resa del prodotto è di circa un decimo rispetto al prodotto iniziale 

Il risultato è un vino ambrato, scuro e pastoso, con note di frutta secca, datteri e miele di castagno, tè nero e un’inconfondibile nota affumicata. 

Nel 2014 è nato un Consorzio per dare voce ai pochi produttori (circa quindici) che ancora se ne occupano e il “Vinosanto da uve affumicate” è diventato Presidio Slow Food. 

Non è un vino economico, e proprio grazie a questo, è un vino che permette di salvaguardare le tradizioni e la biodiversità, mantiene inalterati i sapori del passato e consente agli agricoltori di non omologarsi ad un mercato che offre tanta quantità ma poca diversità.

È un vino arcaico, fatto da mezzadri e contadini

ci parla di veglie davanti al camino, cenere, lavoro nei campi, di signori padroni, di vita indiscutibilmente dura ma allineata allo scorrere del tempo e delle stagioni e alla valorizzazione della “Festa”.  La desacralizzazione di tutti gli aspetti della vita umana ha lasciato spazio per lo più alle cose e ad un consumismo frenetico, possiamo riprenderci un pezzetto di “sacro” ritagliando dai nostri impegni quotidiani un po di tempo per scoprire e apprezzare tutta la diversità di cui disponiamo, magari iniziando proprio dall’Alta Valle del Tevere.