Norcia | ITALIA

Vetusta Nursia, il cioccolato pioniere che racconta una Norcia miracolosa

Una piccola fabbrica, una famiglia e una città ferita che continua a rinascere attraverso il profumo caldo del cacao.
2 Giugno 2026
Parole di Matteo Mattei
Vetusta Nursia
FoodChocolate

Ci sono luoghi che non si visitano soltanto, si attraversano e si gustano. Norcia è uno di questi. Ci sono tornato pochi giorni prima di Pasqua, quando l’aria aveva ancora il freddo dell’inverno ma già profumava di rinascita. Le montagne imbiancate intorno sembrano custodire storie, anche una che non parla di salumi né di pecorini, ma di cioccolato e di una donna coraggiosa che ha ereditato l’arte pasticcera del padre. Nella fabbrica di cioccolato di Vetusta Nursia il profumo è caldo, avvolgente, quasi familiare. L’ho notato appena varcata la porta d’ingresso: non c’è solo cacao, c’è qualcosa di più profondo. È memoria e futuro.

In quello spazio il cioccolato diventa un modo per tenere insieme ciò che il terremoto aveva provato a spezzare, trasformando una fragilità in continuità.

“Qui era tutto crollato, ma non noi”. A ricordarmelo è Arianna Verucci, la proprietaria. Le sue mani si muovono tra tavolette e praline, ma gli occhi restano fermi, lucidi, quando si torna a quei 26 agosto e 30 ottobre 2016. “L’azienda era implosa. Rischiavamo di perdere tutto, macchinari compresi”. Arianna fa una pausa e poi sorride, ma è un sorriso che pesa: “Il 2 novembre avevamo già una gru qui fuori. Non potevamo fermarci”.

Mentre parlava, mi guardavo intorno e percepivo che le pareti raccontano ancora qualcosa di quel terremoto, lo stesso che ho vissuto anche io in prima persona da un altro versante appenninico. Non serve vedere crepe, si sentono.

In quell’azienda non c’è solo resistenza o restanza, c’è un’ostinazione dolce. Quella che trasforma una ferita in identità.

“Qui una volta si parlava solo di norcineria”, mi racconta Arianna mentre mi porge un cioccolatino. L’ho osservato un istante e poi l’ho mangiato mentre continuavo ad ascoltare. “Quando mio padre iniziò, negli anni ’80, sembrava quasi un’eresia. In una terra di salumi e formaggi, chi avrebbe mai pensato al cioccolato?”.

E invece Gabriele Verucci aveva visto lontano: aveva immaginato un incontro impossibile, un equilibrio fragile tra dolce e terra, tra cacao e sottobosco. Nel frattempo il cioccolato mi avvolgeva il palato e subito dopo arrivava lui, il tartufo. Non invade, non copre, è elegante, quasi sussurrato. “È ancora la sua ricetta”, aggiunge Arianna. “Io continuo a sperimentare, ma quella resta intoccabile”. Poi, con un sorriso, confessa: “Anche se ogni tanto invento qualcosa di nuovo e faccio testare tutto ai clienti”.

Assaggiando quel cioccolatino ho capito che qui il gusto non è mai fine a sé stesso, ma un modo per raccontare una terra che non ha mai smesso di rialzarsi.

Prima di uscire e salire in macchina verso Arquata, la mia attenzione si sposta su uno scaffale. Ci sono uova di cioccolato di tutti i tipi e di tutte le forme. “È questo il nostro modo di restare”, mi dice Arianna. Fuori, la città porta ancora i segni del tempo e del terremoto, ma dentro quel laboratorio ogni giorno qualcosa rinasce e vive.

Sono uscito dal laboratorio con una scatola di ovetti fondenti e una sensazione difficile da spiegare. Non era solo gusto: era rispetto, era la consapevolezza che, a volte, anche un semplice morso può raccontare una storia lunga decenni.