Quando si parla di Lazio e di vino, l’immaginario si ferma ai nomi più celebri. Dallo storico Frascati al rosso autoctono di punta nel Cesanese del Piglio, dagli iconici Castelli Romani fino a quel Est! Est!! Est!!! di Montefiascone dal nome così originale e ricco di storia. Eppure la regione custodisce una biodiversità sorprendente fatta di uve antiche salvate dall’oblio grazie al lavoro di pochi produttori. Tra coste ventose, colline vulcaniche e borghi silenziosi nascono vini rari che raccontano un Lazio autentico e poco narrato.
È un patrimonio fragile, fatto di vitigni che hanno rischiato di scomparire e che oggi tornano a parlare attraverso micro-produzioni coraggiose.
Il moscato di Terracina secco è uno degli esempi più sorprendenti. Conosciuto quasi solo nella versione dolce, trova nella vinificazione secca un’espressione inaspettata. Originario del Lazio meridionale, coltivato tra Terracina, San Felice Circeo e le pendici del promontorio del Circeo su suoli sabbiosi e calcarei, è un’uva “profumata” citata fin dal Medioevo e affermata nell’Ottocento per il suo carattere aromatico.

Parente del moscato bianco, se ne distingue per un profilo mediterraneo e caldo, con note di pesca bianca, fiori di zagara e erbe aromatiche, sostenute da una freschezza che richiama la brezza marina. Una produzione limitata che ribalta i pregiudizi sugli aromatici.
Il Moscato di Terracina secco dimostra come un vitigno noto per la dolcezza possa trasformarsi in un bianco salino, vibrante e profondamente territoriale.
Tra i vitigni più misteriosi del Lazio c’è poi l’abbuoto, noto anche come “cecubo”, storicamente coltivato nell’area di Fondi. Considerato da alcuni studiosi tra gli antenati del cesanese, era diffuso già in epoca romana e per secoli destinato a tagli e consumo locale. Oggi sopravvive in pochi ettari grazie a vignaioli che ne hanno riscoperto il valore identitario. Rubino profondo, al naso offre note di frutti rossi maturi e spezie leggere; il sorso è caldo, avvolgente, con tannini morbidi e una chiusura sapida che richiama la macchia mediterranea.

Il maturano, invece, è il bianco “fantasma” della Ciociaria. Per decenni considerato un vitigno perduto, ha una storia antica e radicata nella valle di Comino e nella provincia di Frosinone. Al calice esprime profumi di mela, fiori bianchi ed erbe di campo; il sorso è caratterizzato da una vibrante mineralità, qualità che lo rende adatto anche alla produzione di spumanti Metodo Charmat. È un vino raro, legato a micro-produzioni, simbolo della rinascita agricola del basso Lazio.
Il Maturano incarna la forza dei vitigni ritrovati: vini che non cercano l’effetto, ma la verità del territorio.
Uno dei compartecipanti della denominazione più nota di Montefiascone è il roscetto, antico vitigno autoctono dalla buccia spessa che vira al rosa durante la maturazione. Poco conosciuto anche dagli appassionati, oggi alcune cantine lo producono in purezza, rivelando un bouquet di frutta esotica, fiori bianchi e sentori di pietra focaia. È al centro di una riscoperta silenziosa che punta sull’eleganza più che sull’impatto.

Nel sud pontino, invece, l’ottonese rappresenta un bianco dimenticato e oggi ritrovato. Coltivato tra Fondi, Monte San Biagio e Priverno, è spesso confuso con la malvasia puntinata ma è parente del bombino bianco. Oggi viene valorizzato per la sua straordinaria bevibilità, i profumi agrumati, floreali ed esotici, e una spiccata sapidità che lo rende perfetto per un territorio tradizionalmente caratterizzato da vini meno acidi.
Sono vini che non inseguono le mode né i grandi numeri, ma che invece custodiscono un’identità che rischiava di scomparire.
Sono il frutto di recuperi pazienti e di una viticoltura che punta sull’identità. Degustarli significa scoprire un Lazio lontano dai riflettori, fatto di territori minori e storie antiche: un patrimonio fragile e prezioso da assaggiare oggi per ritrovare e ammirare nel calice la storia e le tradizioni di ieri.
