Volevo scrivere un articolo sui vitigni PIWI e ho riflettuto a lungo su come introdurre, presentare e analizzare l’argomento. Ogni tentativo, però, mi sembrava insufficiente per rendere davvero giustizia a un tema così attuale nel mondo del vino. Ho scelto allora di partire da un altro punto di vista: la frontiera. Ma cos’è la frontiera nel vino?
Può essere geografica: una linea che separa Stati, regioni, aree produttive diverse, da cui nascono uve, storie e denominazioni differenti. Può essere climatica: un limite invisibile segnato dalla latitudine, come il celebre 50° parallelo nord — con Reims a 49,2 — considerato per secoli una soglia invalicabile per la vite.
Più spesso, però, la frontiera è culturale: un confine mentale radicato nelle abitudini, che alimenta diffidenza verso ciò che è diverso.
La frontiera più difficile da superare non è quella geografica, ma quella che ci costruiamo dentro.
I PIWI rappresentano una rottura rispetto a questi confini — a patto che siamo disposti a oltrepassarli. Perché loro, in realtà, li hanno già superati. Ma cosa sono esattamente? L’acronimo deriva dal tedesco pilzwiderstandsfähig e significa “viti resistenti ai funghi”. Si tratta di varietà ottenute attraverso incroci naturali tra Vitis vinifera europea e specie dotate di resistenze genetiche a malattie come peronospora e oidio. La loro storia affonda le radici nell’Ottocento, durante il devastante flagello della fillossera che mise in ginocchio il vigneto europeo. Di fronte a una crisi senza precedenti, si rese necessario cercare soluzioni nuove a un problema nuovo.
La genesi dei PIWI ha anche un risvolto poco noto e sorprendente. Tra i pionieri figura Eugène Contassot, pasticcere francese che intuì la possibilità di ibridare viti americane resistenti con varietà europee. Senza una formazione specifica, iniziò a effettuare innesti nel proprio giardino, ottenendo i primi semi di piante ibride, poi donati a ricercatori come Georges Couderc e Albert Seibel, destinati a diventare riferimenti mondiali nell’ibridazione.
È utile chiarire un punto fondamentale: i PIWI non sono OGM. Non derivano da manipolazioni genetiche in laboratorio, ma da incroci tradizionali tra varietà compatibili. In molti casi conservano fino al 99% del patrimonio genetico delle viti europee.
Non sono un tradimento della tradizione, ma un’evoluzione della sua capacità di adattarsi.
Cosa rappresentano oggi? Vitigni dai nomi ancora poco familiari — souvignier gris, solaris, bronner, regent — un tempo guardati con sospetto e oggi rivalutati per il loro contributo alla sostenibilità ambientale. La maggiore resistenza alle malattie consente di ridurre drasticamente i trattamenti fitosanitari, i passaggi dei trattori, il consumo idrico e l’impatto complessivo della coltivazione.
In alcuni casi stanno trovando spazio perfino in denominazioni di grande prestigio, come accade in Champagne con il voltis. Definirli “vini pirata” ha senso solo se li osserviamo dalla prospettiva della consuetudine, come prodotti che vivono oltre confine. Ma forse è proprio questa loro natura esploratrice a renderli interessanti. D’altronde, una viticoltura che si spinge fino alla Scandinavia non può che evocare immagini di esplorazione. Forse i PIWI non sono vini oltre frontiera: sono la nuova mappa con cui il vino sta imparando a orientarsi nel futuro.








