Tra le curve morbide del Monte Vulture dove la terra nera trattiene il calore del sole e il vento disegna traiettorie antiche tra i filari, la Basilicata racconta una storia diversa da quella dei vulcani più celebri. Qui non c’è il fragore di nomi altisonanti, ma il passo lento e profondo di chi coltiva memoria. È in questo paesaggio sospeso, a Rapolla in contrada Acquarossa, che prende forma il racconto di Emanuela Mastrodomenico e della sua azienda, Vigne Mastrodomenico, realtà vitivinicola associata a FIVI, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti.
Il Vulture non è solo una denominazione, è un respiro.
È il cuore vitivinicolo della regione dei Sassi e dei calanchi, ma ancora oggi resta una terra da scoprire, spesso messa in ombra da territori più raccontati. Emanuela lo sa bene: il suo lavoro non è solo fare vino, ma restituire identità a un luogo che rischia di “perdersi nei meandri” se non viene nominato con precisione. Rapolla. Acquarossa. Coordinate che diventano racconto, appartenenza, visione. Le vigne sono biologiche, radicate in un terreno difficile e generoso allo stesso tempo.
Qui la cura non è un gesto isolato, ma un presidio agricolo e culturale. Non ci sono slogan costruiti a tavolino: c’è una narrazione che parte dalla terra, dalla vigna, dal gesto quotidiano. Non esistono operazioni spot. La valorizzazione del Vulture, per Emanuela, passa dalla custodia. Dalle vigne vecchie che non vengono estirpate, ma riportate in vita. Dalla scelta di far ripartire le radici storiche invece di sostituirle con soluzioni più rapide. È una forma di resistenza silenziosa, quasi politica: rigenerare il patrimonio viticolo significa proteggere il territorio, la sua economia e la sua memoria. Un lavoro quotidiano che vale più di qualsiasi campagna promozionale.
La storia di Vigne Mastrodomenico inizia negli anni ’70, quando il padre di Emanuela – agronomo pugliese – trasforma sei ettari di seminativi in vigneto. Scelta tecnica, certo. Ma anche atto visionario. Barbatelle selezionate una ad una. Filari progettati studiando i venti, evitando ogni esposizione controcorrente. Un impianto armonico, che oggi si rivela ancora attuale. Emanuela, invece, aveva preso un’altra strada. Studi di legge, un dottorato a Torino, l’idea di diventare magistrato. Poi il ritorno. Non imposto, ma scelto. Il ritorno alla terra, alla famiglia, al progetto. Alla vendita, alla commercializzazione, al racconto del vino. Con il fratello, con il padre, e oggi con il marito che entra pienamente nel progetto. All’inizio si vendeva uva. Aglianico del Vulture, in quantità. Poi il passaggio alla vinificazione propria, la nascita del marchio, la costruzione di un’identità. La vigna resta il centro. È lì che nasce tutto. È da lì che il vino prende forma.
L’adesione alla FIVI non è stata una strategia, ma un approdo naturale.
Una comunanza di intenti con altri vignaioli indipendenti che condividono la stessa visione: tutelare il territorio partendo dalla terra. Le scelte di oggi per un domani pieno di incognite. In quest’ottima Emanuela ha portato la sua testimonianza all’ultima Assemblea Nazionale dei Vignaioli e Vignaiole FIVI che si è tenuta a novembre scorso al Mercato dei Vini a Bologna in quello che per gli associati è un importante momento di condivisione e discussione di problemi, successi, idee e progetti. I produttori, che giungono da tutta Italia, trovano nell'Associazione una rete fertile di figure con la stessa filosofia, ma territori e situazioni diverse in cui agire. Scambio e sostegno reciproco diventano così merce preziosa e insostituibile. A cominciare dalle Delegazioni regionali.
«Il vino di oggi - racconta Emanuela - non può essere figlio della moda. Deve essere figlio dell’uva. Il cambiamento climatico ha modificato gli equilibri dell’aglianico: gradazioni più alte, acidità diverse, nuove sfide agronomiche. Serve competenza, studio, capacità di adattamento». Per questo la filosofia evolve verso una direzione precisa: lavorare in sottrazione. Togliere il superfluo, lasciare emergere l’anima del vino. Innovare, sì, ma solo quando ha senso. Anche le anfore, se servono. Altrimenti no. «Con i piedi per terra – ribadisce Emanuela –, sempre».
Poi arriva il 2023. Dopo anni difficili tra pandemia e peronospora, il fuoco.
Un incendio, favorito dalla siccità e da pratiche agricole ancora diffuse come la bruciatura delle stoppie, colpisce l’azienda. Un evento traumatico, improvviso, che mette a rischio tutto. La reazione è immediata. Con umiltà, Emanuela lancia una campagna di crowdfunding. La risposta è ampia, solidale. È il segno che il vino, quando è vero, crea comunità. Da quel momento nasce una consapevolezza nuova. Civica, agricola, culturale. La necessità di una viticoltura ragionata. Di una tutela reale del paesaggio. Di una legge nazionale che vieti la bruciatura estiva delle stoppie, soprattutto vicino a vigneti e uliveti. Come se non bastasse, arriva anche una battaglia amministrativa. Una procedura di revoca legata al PSR, avviata nonostante la comunicazione di forza maggiore. L’azienda ricorre e il giudice le dà ragione. Un’altra prova di resistenza. Un’altra dimostrazione che fare agricoltura oggi significa anche vigilare, conoscere le leggi, difendere il proprio lavoro.
Ma chi arriva a Rapolla non trova un’esperienza costruita. Trova un racconto.
Passeggiate tra i filari, le cicatrici lasciate dal fuoco, le viti che riprendono a vivere. Un contatto diretto, semplice, autentico. Il vino diventa porta d’ingresso verso qualcosa di più grande: la cultura, la civiltà contadina, la memoria del luogo. Un’esperienza che non è spettacolo, ma relazione.
La nuova annata, la 2025, sarà la prima dopo l’incendio. Un vino diverso. Un vino di cuore e anima. Segnerà anche una nuova fase familiare, con nuovi equilibri e una rinnovata energia progettuale. Sarà il racconto liquido di ciò che è accaduto, della resilienza, del cambiamento. E forse sarà il momento giusto per tornare qui, con un calice in mano, e riprendere quella chiacchierata lasciata in sospeso. Perché alcune storie hanno bisogno di tempo per essere comprese. E altre, come questa, hanno bisogno di essere bevute.









