Grenache, garnacha, alicante, cannonau, tai rosso, gamay del Trasimeno, tutti nomi per una varietà presente in tutto il mondo, diffusa e conosciuta con ben 22 cloni. Spesso ci si ostina a cercare paternità, la culla di un vitigno, come ad attribuire un merito. In realtà il grenache è un vino di tutti, un vino della terra che lo ha generato e di cui poi incorpora l’anima. E a voler parlare di origini, recenti scavi archeologici in Sardegna sembra abbiano trovato prove antecedenti alla presunta origine spagnola.
Poco importa. La sua sorprendente adattabilità, che esprime il massimo nelle aree del Mediterraneo, la resistenza, la longevità, ne fanno insospettabilmente, con circa 190.000 ettari di vigneti, il settimo vino più coltivato al mondo e il terzo in Europa, prevalentemente in Francia, Spagna, Italia. Al punto che nasce nel 2013 Grenaches du Monde, un concorso internazionale annuale aperto a tutti i vini realizzati principalmente con grenache, e itinerante dal 2016.
Nel 2021 tappa ad Ascoli Piceno. E perché? Perché proprio Ascoli, nelle Marche?
Perché qui è il cuore del territorio dove nacque l’idea principale venuta fuori dal ritrovamento di un antico vitigno, qui chiamato “bordò”, tra Ripatransone e Cupra Marittima, e che portò alla prima bottiglia prodotta nel 2000 ad opera dell’enologo Casolanetti col Kupra, in commercio poi dal 2006. Da una vecchia vigna a piede franco è stata prodotta la prima bottiglia. Il nome “bordò” non ha una provenienza certa, e non certamente ispirato al Bordeaux di cui i contadini ignoravano anche l’esistenza. È un’ipotesi che sia il suo colore a generare uno spontaneo affiancamento. Un vitigno storico nell’ombra, ma presente da secoli nella zona del Piceno. Un biotipo del grenache, che in passato non era mai stato neanche imbottigliato e che i nostri contadini bevevano sfuso. Un vitigno resistente, adattabile, longevo. Dà il meglio con potature corte e bassa resa, in climi secchi/aridi, ha pochi antociani e materia colorante, acidità moderata, tannini delicati.
Ne risulta un vino che rispecchia il carattere del marchigiano: chiuso al principio, schivo, che si apre lentamente e poi ti fa entrare nella sua intimità, si apre donando complessità, forza, eleganza, ...anima.
C’è un mondo, quello dell’arte o della poesia, in cui l’artista crea, prende dentro di sé e trasforma.
Qui la natura ci dà una mano, anzi, ci chiede di metterci del nostro per trasformare in arte, plasmandoli, i suoi doni. È un’offerta che non possiamo rifiutare… ed alcuni bravi e coraggiosi “artisti” del vino hanno accettato la responsabilità e la sfida. Non parliamo di grandi brand, di multinazionali del vino, ma di aziende con poche decine di ettari vitati, la cui forza è nella passione e nell’artigianalità.
Nove produttori si confrontano per valorizzare un vino nuovo, voluto con caparbietà, cantina dopo cantina.
Una precisazione va fatta: in tante storie c’è un prima e c’è un dopo. E qui l’azienda Oasi degli Angeli, quale capostipite, nella sua sperimentazione ha segnato la linea tra quello che non c’era e quello che ora è consolidato e acclamato, dando il via a quel processo virtuoso teso al miglioramento a cui stiamo assistendo.
L’eccezionalità della cosa sta nel vino, sì, ma ancor più da dove il fenomeno ha avuto luogo, in una regione, le Marche, imprenditorialmente individualista e non certo cooperativa. Ma i tempi cambiano, e menti illuminate spuntano. Ed ecco anche nel mondo del vino, già cresciuto esponenzialmente in regione negli ultimi decenni, emergere un bene comune all’orizzonte. Nasce una capacità imprenditoriale nuova, legata a un abbraccio comune, al confronto, a una forza scaturita nel fare squadra intorno ad un progetto, ambizioso, d’eccellenza.
Questa volontà di valorizzazione per avere uno spazio che in verità il “Grenache del Piceno” per la sua qualità si è già conquistato. Un singolo vince la battaglia ma il gruppo vince la guerra, e così come illustri esempi hanno dimostrato, uniti pur nella propria unicità si è più forti. Qui non c’è nessuna guerra da combattere, ma in un mercato che è orientato sempre più verso la qualità, e che per evoluzione, serietà e tecniche enologiche è espressa ormai dai più, bisogna farsi sentire, senza urlare, ma con voce potente e suadente.
La magia, il fascino di questo vino è che, comunque pur separatamente, ognuno è diventato il fiore all’occhiello della cantina che l’ha fatto nascere e crescere, dimostrando le sue potenzialità ogni volta, in tutti i casi con riconoscimenti e una valorizzazione del vino eccezionale.
Caratteristico, unico, per le variabili che sappiamo differenziano il vino: terreno, esposizione, altitudine, tecnica produttiva.
Le 9 cantine citate e i loro campioni sono: Oasi degli Angeli con Kupra, Le Caniette con Cinabro, Walter Mattoni con Rossomatò, Clara Marcelli con Ruggine, Poderi San Lazzaro con Pistò, Pantaleone con La Ribalta, Dianetti con Michelangelo, Maria Letizia Allevi con Isra, Cameli Irene con Red. Tutti IGT.
E la grandezza del progetto è che quel vitigno è un bene comune, un patrimonio a disposizione di tutti, di chiunque vuole cimentarsi. Non c’è protezionismo, coerentemente con quanto espresso prima, “più ne siamo e più siamo forti”. Emanuele di Clara Marcelli ci diceva che altri vogliono salire sul treno in corsa, anche chiedendo le barbatelle: nessun problema, anzi uno stimolo a far meglio e creare identità.
Tra le 9 cantine citate il mio viaggio mi ha portata a Castorano, a cavallo tra l’Appenino e la costa adriatica, dove come in uno scrigno, lontano alla vista, si nasconde un tesoro come l’azienda vinicola Clara Marcelli.
Sembra che il Fato l’abbia voluta preservare dalla curiosità dei troppi a favore dell’interesse dei pochi, fornendola dell’ambìto fascino della scoperta. I due fratelli, Daniele ed Emanuele, non si limitano a studiare, a ricercare, a confrontarsi, a girare per vedere come lavorano gli altri, nel mondo: loro interrogano la loro terra, ne conservano la tradizione ma ne interpretano la potenzialità, che con amore e rispetto traducono in prodotti sempre migliori e sempre nuovi.
Ma la passione non basta! E così la cura e il lavoro in vigna e in cantina fanno la differenza, in un’azienda storicamente biologica, attraverso controllo e accudimento quotidiani, svolti umilmente e orgogliosamente nei confronti dei loro vini. E così, coerente con la storia contadina del territorio, la mezzadria e il riscatto dei terreni lavorati per una vita, l’orgoglio familiare dà seguito alla tradizione del nonno.
Ruggine - Marche Alicante IGT, un vino coraggioso, potente ma discreto, elegante, identitario, autentico, esperienziale, contemporaneo. Un fuoriclasse, lontano dal coro. Affina in barrique francesi per 2 anni e 3 anni in bottiglia. Va in commercio dopo 5 anni. Prima uscita, annata 2011.
Son tutti figli i vini, come per ogni vignaiolo che si rispetti. E l’amore per un figlio passa per l’ambiente in cui lo cresci, con cosa lo nutri, le cure: rigorosamente agricoltura biologica, lieviti indigeni, artigianalità, raccolta manuale e selezione del grappolo.
Ci sono aziende visitate per le loro architetture, estensioni, location. Se è vero che i turisti del vino vogliono meravigliarsi (anche se ormai le sorprese sono poche, perché ogni azienda presenta sé stessa in siti sempre più belli), la meraviglia deve nascere dall’assaggio e ancor più dall’anima dell’azienda. Qui l’esperienza tocca il suo apice: è conviviale, raccontata, intima, quasi confidenziale.
Tra la gatta di casa che si intrufola tra noi, il turista imprevisto per cui si trova una sedia in più, la tavola imbandita, la narrazione entra nel bicchiere.
Nei tanti bicchieri, dovrei dire, perché è impossibile evitare di degustare le varie “opere” che conducono al Ruggine. Ed ora… ho da poco stappato la 2012, seconda annata in produzione: un po’ di attesa, d’altronde mi aspetta ad 8 anni dall’acquisto, a 13 dalla nascita. Una pennellata granato evidente parla di maturità; al naso, intenso, subito una nota terrosa, di sottobosco, fungo, ma anche pepe, ferroso, alloro, su tappeto di fiori e frutti rossi; finalmente in bocca, si apre fiero ma non spavaldo, garbato ma deciso, coerente, succoso, si conferma ematico, fa capolino la ciliegia matura e un contorno piacevolmente balsamico. Freschezza da giovanotto, un tannino carezzevole, e una nota tostata mai invadente. Non esplosivo ma crescente, e lungo, lunghissimo, regalando ancora un finale speziato, con percezioni di liquirizia, e ancora…
E ancora, e con altri sensi, nel calice sento umiltà, sacrifici, sperimentazione, esperienze a confronto, famiglia… amore.







