Il profumo dell’autunno in Toscana ha qualcosa di magico. Quando ho varcato il cancello della Capanna Winery, immersa tra le colline di Montalcino, il tempo è sembrato rallentare. Era ottobre, e la vendemmia aveva appena lasciato il segno: grappoli raccolti, tini colmi e un’energia vibrante che si percepiva nell’aria.
Fondata nel 1957 da Giuseppe Cencioni, Capanna nasce da un desiderio preciso: emanciparsi dal sistema della mezzadria e costruire qualcosa che potesse durare nel tempo. Con sacrifici enormi, Giuseppe acquistò una tenuta in rovina nella zona di Montosoli, a nord di Montalcino, iniziando a ricostruirla pianta dopo pianta, giorno dopo giorno. Nel 1960 impiantò il primo vigneto specializzato e, solo sette anni più tardi, fu tra i 25 fondatori del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino.
Capanna nasce così: non come progetto imprenditoriale, ma come atto di libertà e visione.
Oggi la cantina è ancora a conduzione familiare, guidata da Patrizio e Amedeo Cencioni, terza e quarta generazione, che continuano a coltivare la terra con lo stesso rispetto e la stessa responsabilità ereditata da chi li ha preceduti. Qui la parola “tradizione” non è mai nostalgia, ma continuità.
La cantina si trova all’interno di una struttura storica del XVIII secolo, rinnovata e ampliata nel tempo per accompagnare la crescita dell’azienda senza tradirne l’identità. La bottaia si sviluppa ancora in parte nei locali originali, mantenendo intatti gli elementi architettonici della campagna toscana: muri in pietra, travi a vista, luce naturale che filtra lenta. Ogni spazio racconta una storia fatta di lavoro, pazienza e silenzi operosi.
Capanna coltiva principalmente sangiovese, il vitigno nobile da cui nasce il Brunello di Montalcino, vinificato in purezza secondo un disciplinare rigoroso. I vigneti si trovano tra i 250 e i 300 metri di altitudine, nel cru storico di Montosoli, e beneficiano di un microclima ideale. Accanto al sangiovese convivono anche merlot, pinot grigio e antichi ceppi di moscato bianco risalenti addirittura al XVI secolo, testimonianza viva della stratificazione agricola del territorio.
Le vigne, in autunno, si stendono come tappeti dorati e rossi, punteggiate da foglie che danzano al vento. Camminare tra i filari dà la sensazione di entrare in un quadro impressionista: ogni passo è accompagnato dal fruscio delle foglie sotto i piedi e dal profumo del mosto che fermenta.
È in quei momenti che il vino smette di essere prodotto e diventa paesaggio.
La visita alla cantina è stata soprattutto un incontro umano. Ho ascoltato racconti di chi parla del vino come si parla di un figlio: con orgoglio, rispetto e senso di responsabilità. Ho assaggiato il Brunello di Montalcino direttamente dalla botte, percependone la potenza e l’eleganza ancora in divenire, come un carattere che si sta formando senza fretta.
Dopo la visita, ho avuto il privilegio di partecipare a una degustazione privata. In un ambiente raccolto e silenzioso, guidato da chi conosce ogni sfumatura di quei vini, ho assaggiato diverse annate di Brunello e Rosso di Montalcino. Ogni calice raccontava una storia diversa: l’annata più calda e generosa, quella più austera e verticale, quella sorprendente. È stato un momento di ascolto profondo, non solo del vino, ma anche di me stesso.
Qui il tempo non si misura in vendemmie, ma in scelte che resistono.
La giornata si è conclusa con un tramonto che sembrava dipinto. I colori del cielo si fondevano con quelli della terra, e il silenzio era rotto solo dal canto degli uccelli. In quel momento ho capito che Capanna non è solo una cantina: è un luogo dell’anima, dove il vino diventa racconto e il paesaggio memoria viva.








