Napoli | ITALIA

Un cioccolatino troppo burocratico

Storia del Ministeriale, tipico dolcetto nato a Napoli a inizi del ‘900 dall’amore di un pasticciere per una ballerina. Che deve il suo nome al peregrinare da ufficio a ufficio dei Ministeri della Casa Reale Borbonica.

Napoli | ITALIA

Un cioccolatino troppo burocratico

Storia del Ministeriale, tipico dolcetto nato a Napoli a inizi del ‘900 dall’amore di un pasticciere per una ballerina. Che deve il suo nome al peregrinare da ufficio a ufficio dei Ministeri della Casa Reale Borbonica.

Abat-jour… che diffondi una luce blu”….è su queste note, che comincia una dolcissima storia d’amore, un corteggiamento d’altri tempi che lega l’arte alla pasticceria.

Siamo negli anni ’20, nei sotterranei della Galleria di Napoli. Il Salone Margherita è un luogo simbolo della Bella Epoque napoletana, punto di riferimento per artisti e intellettuali del tempo. Lo stile del locale è quello dei cafè chantant parigini, con soubrette e cantanti. A Napoli c’erano però le “sciantose” (chanteuse francesi) ragazze conturbanti che incantavano letteralmente il pubblico, maschile soprattutto, con le loro canzoni, le loro “mosse” e i loro vestiti provocanti. 

Diva indiscussa del varietà di quegli anni era Anna Fugez. Il cafè chantant, nelle sere delle sue esibizioni, era sempre frequentato da tanti uomini, giovani e non, in completa adorazione. I corteggiatori si affollavano nel suo camerino per complimentarsi e strapparle un invito per il dopo spettacolo.  Tra questi, anche Francesco Scaturchio, giovane pasticciere. Una sera Anna, dopo il suo spettacolo, scelse proprio lui per lasciarsi accompagnare al noto Bar Gambrinus. Francesco era diverso dai notai, gli industriali, i giudici che la corteggiavano: non ostentava ricchezze o titoli. Le sue mani profumavano di mandorle e questa sua genuinità era piaciuta ad Anna. Innamorato follemente della bella artista, Francesco inventò per lei un dolce, un grande cioccolatino, amarissimo fuori e con una crema deliziosa e dolcissima dentro. La prelibatezza avrebbe dovuto chiamarsi Anna, come la sua musa ispiratrice, ma non fu così.

Mai pegno d’amore ebbe una storia così tortuosa.

La ditta Scaturchio (ancora oggi un’istituzione della pasticceria napoletana), riscontrato il successo del dolce, volle osare presentandolo alla Casa Reale per raggiungere la regale gola Borbonica. Ma la trafila fu lunghissima e, per ottenere i tanto agognati riconoscimenti, il cioccolatino dovette sottoporsi a controlli e permessi che passarono “di ministero in ministero”. Da qui il suo nome: “Ministeriale”. 

Il dolce è profondamente legato alla storia della pasticceria napoletana, ha superato il tempo e la burocrazia per essere goduto accanto ad un caffè proprio ai tavoli di Scaturchio ma anche per essere tentazione o cadeau di viaggio di turisti golosi. Il legame tra teatro e cibo, in particolare tra artisti e dolcezze, ha radici lontane, simboliche e sociali.

Fin dall’antichità (dai riti dionisiaci greci da cui nasce il teatro) lo spettacolo è sempre stato legato alla celebrazione e alla condivisione del cibo. Dopo le rappresentazioni, il pubblico e gli artisti mangiavano insieme, offrendo dolci, vino e miele come simboli di gioia e di buon auspicio. Il dolce, in primis, era il cibo che rappresentava la gratitudine e la gioia per lo spettacolo visto. Un gesto amoroso come nel caso di Anna e Francesco, ma anche un omaggio artistico, un modo per dire: grazie per la bellezza che ci avete donato.

Molti dolci nascono proprio così: da un intreccio di arte, bellezza e anche seduzione, artistica e amorosa.

Le “Sarah Bernhardt” nella Parigi di fine ’800 sono dolcetti di meringa, crema al burro e cioccolato, che nascono come dedica di un fornaio danese alla diva dalla voce inimitabile, la voix d’or. Questi dolcetti, ribattezzati in Islanda con il nome di Sörur, sono i biscotti di Natale più amati dagli islandesi. Ma anche la  “Torta Pavlova” fu inventata sempre negli anni ‘20 tra Australia e Nuova Zelanda in onore della ballerina russa. Una meringa leggera, guarnita di panna e frutta, pronta ad omaggiare la leggerezza e la grazia delle sue movenze. 

Sembrerebbe che anche la nostra nazionalissima zuppa inglese sia legata al mondo artistico teatrale. C’è chi sostiene, tra diverse ipotesi, che questa torta si diffuse grazie alle compagnie teatrali britanniche che giravano l’Italia nel XIX secolo. Gli attori e tecnici inglesi, per addolcire le lunghe tournée, avevano l’abitudine di preparare dolci simili al trifle. I pasticcieri italiani, incuriositi, ne fecero una versione “nostrana” più colorata e liquorosa, omaggiando il teatro d’oltremanica. 

Questo legame indissolubile tra cibo e arte arriva fino ai giorni attuali. Nella cura riservata agli artisti che nei camerini trovano piccole attenzioni per sostenere le performance artistiche. Miele, limone, caramelle, ma anche frutta fresca o secca. Nei doni degli spettatori, ma anche in alcuni gesti scaramantici che gli artisti consumano. Nella piacevolezza di una tavolata a tarda sera, dopo la chiusura del sipario.