La terza volta è quella del cuore. Tornare a Monteverdi Tuscany, incastonato tra le colline della Val d’Orcia, è stato come riabbracciare un luogo che non smette mai di svelarsi. Castiglioncello del Trinoro, borgo medievale sospeso nel tempo, non è solo una destinazione: è un’esperienza sensoriale, un dialogo continuo tra natura, arte e storia, orchestrato con grazia da chi ha saputo ascoltarne l’anima.
Nel 2003, l’avvocato americano Michael L. Cioffi, originario di Cincinnati, si innamora perdutamente di questo angolo dimenticato di Toscana. Non era in cerca di investimenti, ma di un sogno da custodire. Con la sensibilità di un mecenate rinascimentale, Cioffi ha riportato in vita il borgo, trasformandolo in un albergo diffuso che celebra la bellezza autentica e la cultura millenaria.
Camminare tra le pietre antiche di Castiglioncello del Trinoro è come sfogliare un manoscritto vivente. Ogni scorcio racconta una storia, ogni tramonto dipinge un quadro.
Qui la bellezza non è mai decorazione, ma linguaggio vivo che unisce passato e presente.
L’arte non è confinata alle gallerie: è nei dettagli architettonici restaurati con cura, nelle installazioni contemporanee che dialogano con il paesaggio, nei concerti e nelle residenze d’artista che animano il borgo. Durante il mio soggiorno, ho avuto il privilegio di assistere a un concerto di musica classica nella ex chiesa del borgo, oggi spazio culturale vibrante. Le note si sono diffuse tra le mura antiche, creando un’atmosfera sospesa, quasi mistica. Un momento di pura armonia, dove il tempo sembrava fermarsi.
E poi c’è il laboratorio dei fiori, un angolo poetico dove la fiorista Costanza insegna l’arte delle composizioni floreali. Vederla all’opera, tra peonie, ortensie e rami di bosco, è stato come assistere a una danza silenziosa: ogni gesto raccontava un’intenzione, ogni bouquet una storia.
Un’esperienza che restituisce valore alla bellezza effimera e al legame profondo con la natura.
Subito dopo, la visita alla Galleria Monteverdi, spazio espositivo raffinato e sorprendente, dove gli artisti si alternano portando visioni sempre nuove. Le opere dialogano con il paesaggio e con l’anima del borgo, creando un ponte continuo tra creatività contemporanea e memoria storica. Due momenti, più di tutti, hanno incarnato la filosofia di Monteverdi: l’alba e il tramonto osservati dai due versanti del borgo. Il primo affacciato sulla Val di Chiana, delicato e silenzioso come una promessa sussurrata; il secondo rivolto verso la Val d’Orcia, intenso e avvolgente, come un arrivederci carico di gratitudine.
In quei frammenti di luce si coglie l’essenza di Monteverdi: la capacità di fermare il tempo e dare senso alle cose semplici.
E poi c’è la cucina.
La proposta gastronomica di Monteverdi Tuscany è un viaggio parallelo, un racconto che si intreccia con quello del borgo. Anche qui la scelta è stata coerente e consapevole: affidarsi allo chef Riccardo Bacciottini, che ha abbracciato il progetto con convinzione profonda.
Bacciottini non cucina soltanto: interpreta il territorio. I suoi menu, “Vegetale” e “Terra”, sono un omaggio alla stagionalità e alla biodiversità locale. Spesso lo si incontra nei boschi e nei frutteti che circondano Castiglioncello del Trinoro, intento a raccogliere personalmente erbe spontanee, frutti, radici e foglie che diventeranno protagonisti dei suoi piatti. Ogni creazione nasce da una ricerca autentica, condivisa con una brigata affiatata che vive la cucina come atto culturale e gesto d’amore verso la terra.
Mangiare a Monteverdi non è solo un piacere gastronomico, ma un’esperienza immersiva: ogni sapore racconta una storia, ogni piatto è una pagina di quel libro vivente che è il borgo stesso.
Questa terza visita è stata diversa. Più intima, più consapevole. Ho percepito il respiro del borgo, il battito lento della sua rinascita. E ho capito che Monteverdi Tuscany non è solo un luogo da visitare, ma da vivere. Un manifesto di ciò che accade quando la visione incontra la passione, e la storia trova finalmente qualcuno disposto ad ascoltarla.






