Verona | ITALIA

Suavia, un incontro diretto con il Soave

Un’esperienza in cantina che supera la semplice degustazione, e racconta il vino come espressione autentica di cultura e territorio. Con il carattere unico di un territorio vulcanico.

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Suavia, un incontro diretto con il Soave

Un’esperienza in cantina che supera la semplice degustazione, e racconta il vino come espressione autentica di cultura e territorio. Con il carattere unico di un territorio vulcanico.

Di solito non scrivo di cantine. A raccontare vini e territori, con competenza e sensibilità, ci pensano i nostri esperti contributori oppure Angelo e Filippo, sommelier di un certo prestigio. Ma questa volta è diverso. Questa volta il viaggio parte da una curiosità personale, da una bottiglia consigliata, da quel filo sottile che unisce l’assaggio alla voglia di capire chi c’è dietro un prodotto.



Lo spirito di Retrogusti d’altronde è tutto qui: far nascere la voglia di “conoscenza”.

Intesa non solo come leggere o guardare, ma andare davvero dai produttori, per incontrarli, ascoltarli, capire il loro mondo, vivere i loro prodotti. Non bisogna essere né critici né tecnici per farlo, ma esploratori curiosi di assaggi e passioni, è questa la nostra bussola.

È stato proprio Filippo a suggerirmi Suavia, tra le tante etichette che ogni tanto gli chiedo di consigliarmi per scoprire – senza confini – nuovi vini. Conoscevo bene la denominazione Soave, avendo vissuto e lavorato per molti anni tra Verona, Vicenza e Padova. Ma non conoscevo Suavia. Ho assaggiato il loro Monte Carbonare. E mi ha colpito. Poi ho scoperto il trebbiano di Soave con il Massifitti. E la curiosità ha preso il sopravvento.

Ho iniziato informandomi sul loro sito e, trovandomi in zona, ho deciso di salire a Fittà, frazione di Soave, per incontrarli di persona. Non per fare un’intervista, non per redigere una scheda, ma semplicemente per sviluppare quel percorso di scoperta che è, appunto, lo spirito stesso di Retrogusti.

La cantina si presenta come una casa ordinata, con grandi vetrate che illuminano la sala degustazione. La produzione e lo stoccaggio si sviluppano in verticale, quasi tutto sotto terra, in un’atmosfera di silenziosa concretezza.

Ad accoglierci Alessandra, una delle tre sorelle Tessari che conducono l’azienda.

Con lei abbiamo parlato in modo semplice, ascoltando la loro storia, quella del Soave e della riscoperta del trebbiano di Soave. Il Soave, ci ha raccontato, non è sempre stato un vino facile. Negli anni ’50 e ’60 era uno dei bianchi italiani più noti e apprezzati, un simbolo della Dolce Vita italiana che spopolava all’estero. Ci ha ricordato a tal proposito la scena dove proprio all’inizio dell’omonimo film di Federico Fellini, il Soave viene citato tra i vini bevuti dagli ospiti di una festa, un chiaro segnale di prestigio e stile in un’epoca in cui questo vino incarnava la leggerezza e l’eleganza dell’Italia che cresceva.

Poi, come spesso succede, il successo ha portato alla produzione di massa e a una perdita di identità, con bottiglie anonime e omologate che hanno compromesso la reputazione del Soave.

Oggi realtà come Suavia lavorano per riportare il Soave alla sua vera natura: un vino di territorio, legato ad un terreno vulcanico, fatto di differenze sottili e autentiche.

La degustazione ha confermato questa idea: vini che rispecchiano il territorio e la sua complessità. Il Monte Carbonare, 100% uva garganega, è un bianco pulito e fresco, che viene da un suolo fortemente vulcanico che conferisce un tocco sulfureo e minerale che ti resta in bocca.
Il Massifitti, un trebbiano di Soave in purezza, un ritorno a un vitigno spesso dimenticato, ma qui valorizzato con rispetto, è più morbido ma con una bella freschezza e un finale che ti sorprende. Poi c’è Le Rive, per me una piacevole scoperta, una vendemmia tardiva sempre di garganega, che sa di frutta matura e spezie, densa ma senza pesantezza, perfetta con formaggi forti.



Ci sono visite che ti intrattengono, e visite che allargano le tue prospettive. 

Suavia fa parte della seconda categoria.

Niente storytelling patinato, niente recite da enoturismo. Qui si parla chiaro, con la voce delle vigne, della storia e delle scelte fatte. Le sorelle Tessari sono coerenti e radicali, ma senza clamori. Per chi vuole davvero capire cosa c’è dietro un vino, questa è una tappa obbligatoria. È il tipo di esperienza che Retrogusti cerca e sostiene: dove ogni passo dentro una cantina diventa un passo avanti nella cultura enogastronomica italiana.

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