ALGERIA

Algeria, il vino dimenticato del Mediterraneo



Una pagina poco conosciuta nel panorama mondiale. Un viaggio nella storia del gigante silenzioso che per decenni ha sostenuto l’enologia francese con volumi record e qualità nascosta.

Sardegna | ITALIA

Algeria, il vino dimenticato del Mediterraneo



Una pagina poco conosciuta nel panorama mondiale. Un viaggio nella storia del gigante silenzioso che per decenni ha sostenuto l’enologia francese con volumi record e qualità nascosta.

Nel grande atlante del vino mondiale c’è una zona d’ombra che pochi oggi riescono a decifrare. Non compare sulle etichette pregiate, non ispira sommelier né wine lover, e in enoteca è un nome assente. Eppure, per almeno mezzo secolo, fu una vera potenza: parliamo dell’Algeria, una delle più sorprendenti – e rimosse – storie dell’enologia globale.

Fino al 1962, l’Algeria era parte integrante dell’Impero francese. Una “colonia” solo di nome, ma in pratica un’estensione agricola della madrepatria. Dopo la devastazione causata dalla fillossera nelle vigne europee a fine Ottocento, la Francia guardò al sud del Mediterraneo per salvare la propria enologia. E lo fece senza esitazioni.

Clima secco, suolo fertile, manodopera abbondante. In pochi decenni, l’Algeria divenne un gigante produttivo.

Negli anni Trenta, superava i 15 milioni di ettolitri annui, più dell’intero Maghreb messo insieme. Ma non era un vino da vetrina: potente, alcolico, color rubino profondo, serviva per “tagliare” i vini francesi troppo acidi e leggeri, in particolare quelli del Languedoc. Senza il vino algerino, gran parte della produzione francese non sarebbe stata commerciabile.

Imbarcato dai porti di Orano e Algeri in botti gigantesche, il vino attraversava il Mediterraneo per finire anonimamente nelle cantine di Marsiglia o Bordeaux. Nessuna etichetta, nessun riconoscimento. Solo al servizio di un sistema produttivo che ne faceva uso massiccio e silenzioso.

Dietro questo meccanismo, una filiera coloniale ben rodata. I protagonisti erano i coloni europei – i pieds-noirs – che gestivano le grandi tenute, supportati da cooperative, incentivi statali e tecnici francesi. Le cantine erano moderne, standardizzate, in alcuni casi all’avanguardia. Ma nei campi lavoravano gli algerini: pagati poco, senza diritti, esclusi dalla catena del valore.

Il vino diventava così un simbolo ambiguo: esempio di efficienza industriale, ma anche di ingiustizia sistemica. Prosperità per alcuni, sfruttamento per molti.

Con l’aumento della produzione algerina e il suo ingresso massiccio nei mercati europei, però, iniziarono forti tensioni economiche. I viticoltori francesi metropolitani iniziarono a vedere l’Algeria come un concorrente sleale: i volumi erano enormi, i costi bassissimi, i mercati saturi. Le proteste si moltiplicarono. Alcune lobby spinsero per limitare l’importazione di vino algerino. Ma intanto lo usavano. In silenzio.

La contraddizione era evidente. Da un lato si beneficiava dell’enorme produzione d’oltremare, dall’altro si temeva che ne distruggesse l’identità. Proprio da questa tensione nacque – o meglio si affinò – l’ossessione francese per le appellation, per la qualità certificata, per il terroir. Il bisogno di distinguersi dal vino coloniale diede origine alla cultura moderna delle denominazioni.

Nel 1962, l’Algeria ottenne l’indipendenza. I coloni fuggirono. Le tenute furono nazionalizzate.

La nuova classe dirigente, ispirata a un’ideologia socialista e panaraba, vide nel vino un simbolo del passato da cancellare: coloniale, occidentale, “impuro”. La produzione crollò. Le cantine furono riconvertite, abbandonate o chiuse. In pochi anni, il più grande export vinicolo del mondo scomparve.

Oggi, la viticoltura algerina sopravvive a fatica. A dominare sono i grandi gruppi statali, come la SOTRAVIT (ex ONCV), o realtà semi-private come GCO, che lavorano su scala industriale. La qualità è altalenante, l’export è quasi tutto a basso valore.

Eppure, nei territori di Mascara, Médéa, Tlemcen e poche altre sacche, qualcosa resiste. Piccoli produttori – invisibili online, spesso fuori dai circuiti ufficiali – continuano a vinificare, in silenzio, con vitigni autoctoni e metodi tradizionali. 

È un vino che non cerca ancora la ribalta internazionale, ma che potrebbe rappresentare la chiave per una rinascita identitaria e sostenibile. A patto che emerga una visione nuova, indipendente dal passato coloniale e libera dalle logiche industriali che l’hanno svuotato di senso.

Il vino algerino non è stato solo dimenticato in patria. Anche in Europa – soprattutto in Francia – la sua memoria è diventata scomoda. Perché riporta alla luce un’epoca di sfruttamento agricolo, di dipendenze taciute, di bottiglie francesi riempite a metà con succo africano. Una verità difficile da etichettare.

Oggi si esalta il terroir, si celebra l’origine. Ma per decenni, una parte sostanziale del vino francese era un blend franco-algerino. Senza nome. Senza onore.

Il clima algerino resta perfetto per la viticoltura: luce intensa, suoli calcarei, brezze mediterranee. Se mai ci sarà un “ritorno del vino algerino”, non potrà che partire da qui: dal territorio, da una cultura che si riappropria della propria terra, e da una memoria che smette di tacere.

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