Negli ultimi anni il panorama vitivinicolo laziale ha mostrato segnali di grande trasformazione: un cambiamento lento fatto di tentativi, aggiustamenti, e intuizioni.Tradizionalmente associato a vini bianchi di pronta beva e a rossi di matrice territoriale, il Lazio sta progressivamente ridefinendo la propria identità anche attraverso la produzioni di spumanti, né per moda moda né per imitazione ma per una tensione autentica tra territorio e visione.
Siamo lontani dall'epoca in cui la famosa “romanella” il vino frizzante del Cardinal Ferdinando Taverna, veniva offerta nelle fraschette dei castelli romani o nelle feste di paese. Un vino frizzantino nato per sbaglio dalla rifermentazione di un vino rosso, dotato di grandi capacità dissetanti e piacevoli che oggi vige ancora nella denominazione Roma Doc come tipologia di vino spumante revisionato in chiave moderna.
Dal punto di vista ampelografico, il Lazio dispone di un patrimonio varietale particolarmente adatto alla spumantizzazione.
Suoli vulcanici capaci di dare profondità, escursioni termiche favorevoli, una presenza costante del mare. Elementi che oggi, con maggiore consapevolezza, si rivelano particolarmente adatti alla produzione di bollicine.
Vitigni come malvasia puntinata, bellone e trebbiano mostrano caratteristiche utili alla costruzione di basi fresche e dinamiche. Il bellone, in particolare, unisce struttura e acidità, rendendosi idoneo anche a interpretazioni più complesse. Il trebbiano nelle sue forme tra cui la più territoriale il “roscetto” spesso considerato neutro, rivela in questo contesto una funzione di equilibrio, mentre la malvasia puntinata contribuisce con una componente aromatica più sottile.
Accanto a queste varietà, alcune aziende introducono chardonnay e pinot nero, non tanto come modello imitativo, quanto come strumento di confronto e di ampliamento espressivo. Sul piano produttivo, si osserva una duplice direzione: da un lato il metodo classico, che implica tempi lunghi e una costruzione più articolata del vino, maggiore complessità, una relazione più stretta con il tempo. Dall altro Il metodo martinotti, invece, conserva una dimensione più immediata, legata alla freschezza e all'immediata bevibilità.
In questo scenario, alcune aziende hanno iniziato a tracciare direzioni riconoscibili.
Marco Carpineti ha lavorato sul Bellone con rigore e coerenza, contribuendo a dimostrare che un vitigno locale può sostenere una visione spumantistica credibile. Famiglia Cotarella ha invece scelto la via della sperimentazione del roscetto ampliando il campo delle possibilità senza rinunciare a una propria identità. Più radicata, ma non meno significativa, è l’esperienza di Cincinnato e Cantine Sant'Andrea, dove il recupero dei vitigni autoctoni del nero buono e il moscato di terracina si trasforma in un gesto che è insieme agricolo e culturale.
In un contesto nazionale in cui molte identità sono già definite, il Lazio si muove in uno spazio più libero, meno vincolato. Una condizione che può apparire come un limite, ma che in realtà rappresenta una possibilità rara: quella di costruire un linguaggio senza doverlo ereditare. Le bollicine laziali oggi non sono un sistema compiuto, non cercano ancora di affermarsi, ma di esistere con coerenza. E' proprio per questo che vale la pena seguirle adesso, perché in questa fase forse ancora imperfetta, ma profondamente viva, che il vino smette di essere solo prodotto e torna a essere racconto, il racconto della storia di un territorio che cresce ma che conserva il legame di una tradizione in chiave contemporanea.








