Ci sono territori nei quali il vino racconta soprattutto una denominazione, un vitigno o uno stile produttivo. E poi ce ne sono altri nei quali, prima ancora di arrivare nel bicchiere, bisogna guardare dove si mettono i piedi. Napoli, con il Vesuvio da un lato e i Campi Flegrei dall’altro, è uno di questi luoghi.
Qui la terra non si limita a supportare la vite, ma ne diventa una presenza. Entra nei paesaggi, nei racconti delle aziende, nei vini. È sabbia vulcanica, cenere, pietra, stratificazione geologica. È memoria di eruzioni, di città sepolte e di una civiltà che, già duemila anni fa, commerciava il vino prodotto in queste terre.

Il viaggio comincia sul versante settentrionale del Vesuvio, alle pendici del Monte Somma, prosegue sul lato meridionale, a Trecase, e termina poco più in là, nei Campi Flegrei, a Bacoli. Tre tappe che non sono soltanto tre aziende. Sono tre modi di attraversare un territorio nel quale la viticoltura continua a convivere con la storia, l’archeologia e una geologia impossibile da ignorare.
Cantine Olivella, alle pendici della parte più antica del vulcano
Sant’Anastasia. È qui, nella zona nord del Vesuvio, geologicamente la più antica, alle pendici del Monte Somma, che nasce Cantine Olivella. Siamo nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio, in un paesaggio nel quale la coltivazione della vite ha radici antiche e nel quale l’azienda ha costruito la propria identità attorno al recupero e alla valorizzazione di varietà locali e pratiche agricole tradizionali.

Il nome stesso dell’azienda nasce da un luogo preciso. Presso la sorgente dell’Olivella, nel 1974, fu rinvenuto un frammento di orcio vinario, testimonianza della lunga storia vitivinicola dell’area. Sull’imboccatura dell’orcio compariva l’abbreviazione del nome di Sextus Catius Festus, accompagnata da un piccolo sigillo a forma di foglia stilizzata. Quella figura è diventata il simbolo dell’azienda.
In vigna questo rapporto con il passato passa anche attraverso gesti concreti: viti a piede franco, legature realizzate ancora con tralci di salice, autoproduzione delle marze, propaggine per sostituire le fallanze. E poi sovescio, concimazione organica e pratiche orientate alla tutela della biodiversità.
La catalanesca, un’identità ritrovata
Il vitigno simbolo della zona è la catalanesca, per lungo tempo considerata soprattutto un’uva da tavola e oggi protagonista di una progressiva riscoperta enologica. La degustazione permette di comprenderne le diverse possibilità espressive.
Con Hèbon, metodo classico ottenuto da catalanesca, caprettone e piedirosso, i vitigni storici del territorio incontrano la spumantizzazione. Agrumi, fiori bianchi ed erbe aromatiche accompagnano una bollicina fine e una chiusura minerale. Il confronto tra Katà e Summa restituisce invece due interpretazioni della catalanesca. Nel primo emergono soprattutto pesca, albicocca e frutta esotica; nel secondo, affinato in parte in anfora e in parte in acciaio, alla componente fruttata si affiancano la macchia mediterranea e una maggiore complessità.
Tra i rossi, Vesuvio DOC racconta il piedirosso e altre varietà locali attraverso un affinamento in anfora. Frutta rossa ed erbe mediterranee conducono verso un sorso succoso, fresco e sapido. L’etichetta, affiancata a quella di Summa, completa idealmente la forma del vulcano. Un piccolo gioco grafico, ma anche un modo per ricordare che qui il paesaggio entra continuamente nel vino.
Casa Setaro, il versante sud e il fuoco del Vesuvio
Dal Monte Somma ci si sposta verso Trecase, sul versante meridionale del Vesuvio. Qui si trova Casa Setaro, azienda che ha contribuito a riportare l’attenzione su uno dei vitigni simbolo della viticoltura vesuviana: il caprettone. La famiglia Setaro ha costruito negli anni un percorso nel quale il rispetto per la tradizione si intreccia con una visione produttiva contemporanea, lavorando sui vitigni autoctoni e cercando nuove interpretazioni delle varietà locali.
Uno dei momenti più interessanti è rappresentato da Pietrafumante, metodo classico da caprettone con trenta mesi sui lieviti. Fiori e frutta bianca, finocchietto e una delicata impronta fumé anticipano una bollicina fine. Il vino conserva freschezza e una chiusura appena affumicata, quasi a ricordare il paesaggio dal quale proviene.

Con Aryete, Vesuvio Caprettone DOC affinato tra anfora e tonneau, il registro cambia. Fiori gialli e anice al naso, poi sale e una caratteristica chiusura ammandorlata. Nei rossi, Munazei, Lacryma Christi Piedirosso DOC, mette in evidenza il lato più immediato e succoso del vitigno: ribes, gelso rosso, amarena e violetta accompagnano una bocca fresca e dinamica. Chiude idealmente il percorso Don Vincenzo, Lacryma Christi Riserva da piedirosso e aglianico. Qui il tempo diventa un ingrediente fondamentale: ciliegia, mora, pepe nero, timo e alloro si incontrano in una struttura più profonda, sostenuta dalla freschezza e dalla trama tannica. È forse il vino che meglio rappresenta il tentativo di Casa Setaro di mettere insieme due esigenze: mantenere riconoscibile il territorio e cercare profondità.
Dai Vesuvio ai Campi Flegrei: quando il vulcano cambia volto
Il viaggio prosegue verso Bacoli. Il paesaggio cambia, ma il fuoco resta sotto i piedi. Siamo nei Campi Flegrei, una terra che possiede una propria identità vitivinicola, diversa da quella vesuviana ma altrettanto profondamente legata alla geologia. Qui si trova La Sibilla, azienda della famiglia Di Meo.
Cinque generazioni di viticoltori, vigne a piede franco e una storia che affonda nelle tradizioni enologiche e gastronomiche dei Campi Flegrei. Le prime bottiglie etichettate risalgono al 1997. Nel tempo l’azienda ha consolidato un’identità sempre più riconoscibile, sostenuta dalla nuova generazione della famiglia. La falanghina è il vitigno simbolo. Ma quella dei Campi Flegrei possiede caratteristiche proprie e trova spesso nella freschezza e soprattutto nella sapidità la sua cifra distintiva. Anche le cantine destinate all’affinamento delle bottiglie raccontano il territorio: si trovano infatti in ambienti di epoca romana concessi in uso all’azienda dalla Soprintendenza.
Con Cruna Delago 2023 la Falanghina dei Campi Flegrei mostra una delle sue espressioni più interessanti. Mela, fiori bianchi e note salmastre precedono un sorso che trova un equilibrio particolarmente riuscito tra pienezza, freschezza e sapidità. Ma è il confronto con Cruna Delago 2013 a trasformare la degustazione in qualcosa di più. Il tempo ha cambiato il vino senza spegnerlo. Compaiono cenni evolutivi e una marcata impronta salmastra, ma soprattutto colpisce la vitalità della bocca. Il vino resta fresco, con il sale che sembra depositarsi letteralmente sulla lingua.

È uno di quei momenti nei quali una degustazione smette di essere una successione di assaggi e diventa memoria. Tra i rossi, Vigna Madre 2023 nasce da piante di piedirosso di ottantacinque anni. La frutta scura matura incontra la viola e le erbe aromatiche. Il vino è più rotondo, ma non perde quella vena fresca e sapida che sembra essere una costante del territorio. Infine Passio 2016, un passito da falanghina ottenuto da uve appassite per cinque mesi e poi sottoposto a un lungo affinamento.
Frutta secca, miele, legni nobili, cuoio e uva passa si sovrappongono progressivamente. Il sorso è morbido, ma conserva freschezza. La persistenza sembra non finire. È un vino che, più degli altri, chiede tempo. E forse non è un caso che chiuda il viaggio.
Dal Monte Somma a Trecase, fino a Bacoli, il viaggio attraversa territori diversi. Vitigni differenti, interpretazioni differenti. Ma c’è un elemento che ritorna continuamente: la terra. Una terra che qui non è mai neutrale. È vulcanica, sabbiosa, antica. Ha conservato viti a piede franco. Ha protetto tracce romane. Ha trasformato il paesaggio e, inevitabilmente, il carattere dei suoi vini.
