La storia e la tradizione sono spesso protagoniste dei successi, anche nel mondo del vino. Ma a volte anche qui vi fanno capolino le eccezioni, chi sconvolge il sistema consolidato per inventarne di nuovi e di successo. Come accade nell’alta Maremma, a Bolgheri.

Qui non c’è bisogno di presentazioni: ora Sassicaia, ma non solo. Affascinante, controtendenza, innovativo: il taglio bordolese, col cabernet in testa, sperimentato nei primi anni ’60 dal Marchese Mario Incisa della Rocchetta, scosse la toscanità come la si conosceva. Il resto è storia.
Sessant’anni fa qui il vino era ancora artigianale, fatto a settembre e bevuto a febbraio dagli stessi residenti, in una Bolgheri che non somigliava affatto a quella che conosciamo oggi.
Io, marchigiana — o meglio russa naturalizzata — me ne andavo ad assaggiare vermentini liguri, sardi… e toscani, quando una piccola azienda mi incuriosì: Le Vigne di Silvia. Stand al femminile, accoglienza spontanea, solare, familiare. Due giovani sorelle con una storia strana, diversa: Silvia, ex calciatrice professionista; Stefania, vissuta a New York col marito pugile.

Mi chiedono da dove vengo: Marche. La loro famiglia è marchigiana, terra a cui sono legatissime. Mi fanno assaggiare il loro vermentino, e anche qui sorpresa: una percentuale variabile di verdicchio a dare freschezza e longevità al vino.
Una storia che si scrive da sola, che nasce da un incontro casuale e che ti trascina dentro senza chiedere il permesso.
Eccomi a Bolgheri. In una regione di rossi che ha per suo emblema il sangiovese, dove la tradizione e la storia fanno da supporto alle aziende vitivinicole, ai piccoli e grandi vini. Questo è un luogo fuori dagli schemi, dove la storia non si riallaccia al passato ma parte quasi dal nulla circa settant’anni fa.

Stefania vestita da lavoro come anche Silvia in lontananza, a fare tutto quel che c’è da fare in azienda. Arriva Carlo, sorridente, con fare pacato e rassicurante. «Vi lascio in buone mani», dice Stefania. «Fatelo parlare, vi racconterà tutto, ha una memoria incredibile».
Riconosco il sorriso di Stefania prima ancora di riconoscere lei, ed è quel tipo di dettaglio che ti fa capire subito dove ti trovi.
Fanno capolino due gatti bellissimi. Carlo indica il certosino: «Lui è Verdicchio, e l’altro arancione è Vermentino». Nel ’54 la famiglia Fuselli, con Carlo di appena un anno, si trasferisce dalle Marche nella zona di Bolgheri, dove la nobile famiglia Della Gherardesca doveva passare a privati parte dei loro 7.500 ettari in seguito alla Riforma Agraria del ’50 voluta dal Governo De Gasperi.

Dalle Marche partirono 35 famiglie, mezzadri che lasciarono tutto per inseguire la possibilità di avere finalmente una terra propria. Abbandonarono tutto, o forse niente, ma senz’altro si lasciarono alle spalle la terra amata che resterà sempre nel loro cuore. Anche in quello di Carlo, che quelle radici non le ha mai tagliate, anche dopo 72 anni da toscano. Furono anni di fatica, ma bellissimi. La Marchesa Clarice della Gherardesca istituì una scuola d’eccellenza con trasporto, mensa, sistema sanitario e dentistico. Il Marchese fondò Tenuta San Guido e il Sassicaia. Due visioni che cambiarono tutto.
Una comunità che nasceva da zero, con una scuola, una mensa, un dentista e un pulmino che raccoglieva i bambini ogni mattina.
Negli anni ’60 il Marchese sperimentò a Bolgheri vini nuovi, con taglio bordolese: non più sangiovese, ma cabernet, franc, sauvignon e merlot. Prima bottiglia di Sassicaia: 1968. Il resto è storia.
Negli anni 2000 la coltivazione ortofrutticola cedette il passo ai vigneti. La famiglia Fuselli produceva pomodori da conserva, patate, basilico, cocomeri. Carlo sospira ricordandoli: buonissimi.

La tradizione resta contadina, ma oggi 6 ettari sono vigneti e la vite è diventata il nuovo centro della loro identità agricola. È una storia che parla di vino solo di recente, ma mi ha prima incuriosita e poi esaltata per le tante affinità con la mia storia: donne, sport, Marche, origini, famiglia, umanità e, soprattutto, entusiasmo.
La storia non è garanzia di risultato, ma l’anima che questa storia trasferisce nel vino sì.
Bolgheri Vermentino “Giochessa” 2024, vermentino 95%, verdicchio 5%. Profumo inebriante, intenso, seducente. È sinuoso, curvilineo, serpenteggia tra zenzero, frutta cotta, albicocca matura, confettura di mela cotogna; e ancora cipria, passion fruit, ginestra, salvia. E mentre si scalda rivela aromi più profondi e lontani, quelli che restano a farti compagnia anche quando il bicchiere è vuoto.
«Da grande farò la contadina», riporta sulla bottiglia Silvia, l’ex calciatrice che dà il nome all’azienda di famiglia.Non un sogno inseguito, ma un destino che fa la gimcana tra le strade della vita e alla fine ti riporta a casa.
