| REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Kahuzi‑Biega, dove il caffè si coltiva sotto le armi

Le voci dei produttori di caffè che resistono tra conflitti, paura e povertà nell’Est della Repubblica Democratica del Congo.
Kahuzi‑Biega, caffè, produttori, Repubblica Democratica del Congo
8 Settembre 2026
Parole di Anicet Shamavu
Anicet Shamavu
FoodCoffee

In collaborazione con la Comunità Slow Food Promotion du café agroécologique de Kahuzi‑Biega

Nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, attorno al Parco Nazionale di Kahuzi‑Biega, i coltivatori di caffè agroecologico continuano a lavorare tra conflitti armati, paura e povertà. Campi abbandonati, raccolti ridotti e strade impraticabili segnano la quotidianità, ma resiste una straordinaria forza comunitaria. Qui il profumo del caffè si mescola al rumore lontano degli spari, in una delle regioni più fertili del Paese ma anche tra le più colpite dall’instabilità armata.

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Il caffè non è solo una coltura: è memoria familiare, dignità, sopravvivenza. È il mezzo attraverso cui intere comunità cercano di far fronte alla paura quotidiana, continuando a coltivare la terra nonostante insicurezza, fughe improvvise e minacce costanti dei gruppi armati.

A raccontarlo sono le testimonianze raccolte dalla comunità Slow Food Promotion du café agroécologique de Kahuzi‑Biega, che dà voce a produttori, donne e giovani impegnati nella difesa di un’agricoltura sostenibile.

Per Mauwa Ngaboyeka, 24 anni, ogni giornata nei campi è un equilibrio fragile tra necessità e paura. Dopo la malattia del padre ha preso in mano parte delle terre di famiglia, coltivando caffè e producendo piantine per la comunità. Oggi però molte parcelle sono difficili da raggiungere. “Un giorno abbiamo sentito degli spari e siamo stati costretti a fuggire”, racconta. Da allora lavora solo nei terreni più vicini a casa, rinunciando a parte della produzione per evitare le aree più pericolose. Le conseguenze sono immediate: meno raccolto significa meno reddito, meno medicinali, meno sapone, meno possibilità di pagare la scuola ai fratelli più piccoli.

Eppure Mauwa continua a credere nell’agroecologia come strumento di resistenza: compost naturale, agroforestazione, colture associate tra caffè, banani e fagioli per garantire un minimo di sicurezza alimentare.

Anche per Mwendapole Nsibula, storico coltivatore di 65 anni, la guerra ha cambiato radicalmente il rapporto con la terra. Coltiva caffè da oltre quarant’anni e nella comunità è un consigliere per i più giovani. Oggi però parla di campi lasciati incolti per settimane, invasi dalle erbacce perché impossibili da raggiungere in sicurezza. “La produzione è diminuita drasticamente”, spiega. “E gli acquirenti passano sempre più raramente”. Le strade non sono sicure, il commercio rallenta, i redditi crollano. Mwendapole continua comunque a lavorare, sostenuto dall’aiuto reciproco tra vicini e dalla convinzione che la terra resti il cuore della comunità.

Kahuzi‑Biega, caffè

Tra le voci più emblematiche ci sono i giovani produttori. Ciza Kanane, coordinatore delle nuove generazioni, racconta come molti ragazzi abbiano abbandonato i villaggi per sfuggire alla violenza. Chi resta deve reinventare il lavoro agricolo adattandolo a una quotidianità imprevedibile: “Mi è capitato di tornare indietro mentre andavo nei campi a causa degli scontri”.

Le attività vengono interrotte all’improvviso, il trasporto è difficile, gli strumenti agricoli scarseggiano, la manodopera diminuisce.

Per questo i giovani hanno iniziato a lavorare in gruppo, organizzandosi collettivamente per ridurre i rischi e accelerare le attività agricole. E poi ci sono le donne, pilastro silenzioso della resilienza rurale. Kitumaini Vencianne, 60 anni, produttrice di caffè e responsabile di un’associazione di risparmio comunitario, racconta di raccolti sempre più scarsi, campi difficili da raggiungere e una paura diventata presenza costante. “La paura è diventata il nostro pane quotidiano”.

Repubblica Democratica del Congo, Parco Nazionale di Kahuzi‑Biega, caffè agroecologico

Nonostante questo, continua a incoraggiare altre donne a partecipare alla coltivazione del caffè e alla vita comunitaria. Durante la raccolta i produttori si organizzano per lavorare insieme nei campi, riducendo i tempi di permanenza nelle aree più esposte.

La solidarietà è il filo che attraversa tutte le testimonianze. Dove mancano sicurezza, infrastrutture e sostegno economico, la comunità diventa l’unico vero ammortizzatore sociale.

L’approccio agroecologico promosso da Slow Food assume qui un significato ancora più profondo: non solo sostenibilità ambientale, ma autonomia, resilienza e difesa della dignità umana. Compostaggio, tutela della fertilità del suolo, diversificazione delle colture e agroforestazione diventano strumenti concreti per affrontare crisi climatica, povertà e conflitto.

Kahuzi‑Biega, caffè

Le richieste dei produttori sono semplici ma urgenti: strumenti agricoli, semi, formazione tecnica, microcredito, vie commerciali sicure e opportunità per giovani e donne. Ma soprattutto chiedono attenzione. Perché dietro ogni tazzina di caffè coltivato nel Kahuzi‑Biega ci sono famiglie che continuano a resistere in silenzio, custodendo la terra anche quando tutto intorno sembra spingere verso l’abbandono.