In collaborazione con la Comunità Slow Food Côte d’Ivoire
Alcuni incontri cambiano un destino. Per Kouamé Bassa Jeannot, giovane tecnico agricolo originario di Divo, è stata una carovana di sensibilizzazione attraverso l’Africa occidentale a rivoluzionare la sua visione dell’agricoltura. Quel viaggio, dedicato alla protezione della terra, alla biodiversità e alla sovranità alimentare, lo ha portato in Mali, in Gambia e in Senegal.
Lungo la strada, scopre una verità che lo segna profondamente: nutrire le popolazioni non dovrebbe mai significare mettere a rischio la loro salute o l’ambiente.
«Quando sono tornato a Divo, non potevo più continuare come prima», racconta. Le immagini, i racconti e gli insegnamenti della carovana continuano a lavorargli dentro. Mentre molti avrebbero ripreso la loro vita di sempre, Jeannot decide di agire. Il suo primo impulso è rivolgersi a chi rifornisce quotidianamente i mercati locali: i produttori orticoli.

Carnet in mano, visita i siti di produzione, osserva, dialoga, ascolta, senza giudicare nessuno. In pochi mesi sensibilizza individualmente più di sessanta produttori. Un giorno sorprende un orticoltore mentre applica un insetticida su lattughe che sarebbero state raccolte di lì a poco. Invece di rimproverarlo, gli chiede: «Immagina che tuo fratello mangi questa insalata stasera e si senta male. Sapresti che sei stato tu a farlo ammalare?».
Il silenzio che segue vale più di qualsiasi dimostrazione tecnica: produrre significa anche proteggere.
Ma Jeannot sa che le parole non bastano. Per convincere davvero, bisogna dimostrare che un’altra agricoltura è possibile. Decide quindi di creare la sua stessa azienda agroecologica. Il fratello maggiore gli mette a disposizione una parcella. Jeannot installa una pompa solare e avvia i primi tentativi di produzione biologica.

I primi mesi sono durissimi: senza pesticidi chimici, le colture diventano vulnerabili e le perdite si moltiplicano. Lumache, grilli e insetti nocivi devastano diverse piantagioni. Melanzane, pomodori, lattughe… nulla viene risparmiato. Molti avrebbero visto in questi fallimenti la prova che l’agroecologia non funziona. Jeannot, invece, li considera una fase di apprendimento.
Sperimenta soluzioni naturali, migliora le pratiche, impara a lavorare con gli equilibri della natura invece di combatterli.
Progressivamente, i risultati arrivano. I raccolti diventano più regolari, la qualità migliora. Oggi produce lattuga che consuma lui stesso con la sua famiglia, senza alcuna paura per la loro salute. Per lui, è già una vittoria.

Il suo impegno comincia a farsi notare oltre Divo: una semplice pubblicazione sui social gli permette di entrare in contatto con Mme Djédji Célestine, coordinatrice di Slow Food Côte d’Ivoire. Colpita dal suo approccio, lo incoraggia a strutturare la sua azione e a coinvolgere più giovani nell’agroecologia. Jeannot riunisce così diversi ragazzi che condividono gli stessi valori e avvia una dinamica collettiva per promuovere le verdure biologiche.
Insieme dimostrano che un’agricoltura sana può essere anche una vera opportunità economica.
Per lui, la battaglia va ben oltre l’agricoltura. Riguarda la qualità della vita delle comunità. «Quando le persone mangiano sano, vivono meglio. Una buona alimentazione è la base di tutto», afferma. A Divo, la lattuga di Jeannot è diventata il simbolo di un impegno più grande: proteggere i consumatori, preservare i suoli, trasmettere alle generazioni future un’agricoltura più sostenibile.
Ciò che era iniziato come una semplice carovana è diventato una missione di vita: coltivare speranza, una lattuga alla volta. Un impegno che cresce, si rafforza e continua a mettere radici nella comunità.
