L’India è un continente travestito da stato: uno spazio limitato che ospita quasi un miliardo e mezzo di persone, con una densità di circa 500 abitanti per chilometro quadrato. Religioni diverse, quasi 20.000 lingue e varianti dialettali, oltre 720 ceppi etnici originari: tutto contribuisce a rendere il paese una miscela di paradossi e contraddizioni difficilmente replicabile altrove.
In questo mosaico complesso, la domanda è come una massa così vasta riesca a convivere pacificamente da nord a sud, dalle montagne del Laddakh alle pianure del Deccan, dalle risaie alle metropoli sovraffollate.
Non bastano Gandhi, la definizione di “più grande democrazia del mondo”, l’induismo o la spiritualità diffusa a spiegare la coesione di un popolo così eterogeneo. Esistono altri elementi identitari che fungono da collante, e uno dei più iconici è il cibo, dominato dalle spezie che permeano cultura, economia e perfino l’aria. Tra questi, il masala chai – il tè nero con spezie e latte – è forse il simbolo più trasversale, consumato ovunque e a qualsiasi ora.

Chi viaggia in India conosce bene la voce del venditore che percorre i vagoni urlando “chai”, accompagnato dal contenitore metallico e dai bicchierini. Non è solo una bevanda: è un’istituzione. La figura del chai wallah è parte integrante dell’immaginario nazionale, tanto più oggi che il primo ministro Modi ha iniziato proprio come venditore di chai nelle stazioni, elemento narrativo utilizzato politicamente per sottolinearne le origini umili.
Il chai diventa così una chiave di lettura dell’India, un ponte tra passato e presente, tra classi sociali e territori.
Nelle strade, nelle baracchette, nei mercati e soprattutto nei treni, il chai wallah è ovunque. Nel sud dell’India, dove l’autore vive, il chai viene servito con un gesto scenografico: il liquido viene versato da un’altezza di almeno un metro direttamente nel bicchiere, creando una sorta di rituale quotidiano.

Il chai è un incrocio tra rito, identità e socialità, paragonabile al caffè in Italia. Le ricette variano, ma gli elementi fondamentali sono tre: spezie, tè e latte. Si fanno bollire acqua e spezie – cardamomo, cannella, pepe nero, chiodi di garofano, zenzero – si aggiunge il tè, poi zucchero e latte intero.
Ogni chai wallah ha la sua ricetta, come Tarun, che usa zenzero fresco, cardamomo, chiodi di garofano, cannella e tè CTC, il più diffuso nel paese.
Il procedimento è semplice: pestare le spezie, bollirle nell’acqua, aggiungere il tè fuori dal fuoco, unire il latte caldo e infine lo zucchero, spesso jaggery, la canna da zucchero grezza molto dolce. La ricetta può essere personalizzata con anice, zafferano, noce moscata, petali di rosa o liquirizia.

Il masala chai nasce probabilmente in una corte reale circa cinque millenni fa come rimedio ayurvedico depurativo. Con l’arrivo degli inglesi nel XVII secolo, la bevanda cambia natura: dal 1835 in Assam si avvia la produzione del tè nero, inizialmente destinato alle élite britanniche e indiane.
Nel Novecento, il governo britannico promuove il chai per aumentare il commercio interno e contrastare la diffusione del caffè arabo.
La strategia passa attraverso la presenza fisica nei luoghi chiave: strade, stazioni, case private. La diffusione diventa capillare. Dal 1960, l’introduzione del metodo CTC (Crush, Tear, Curl) rende il tè più economico e accessibile, accelerando la popolarità del chai. Il tè CTC, intenso e corposo, è oggi la base quasi universale della bevanda.

Il chai è l’equivalente indiano del caffè occidentale, ma senza limiti di orario o luoghi dedicati. Si beve ovunque: chioschi ambulanti, carretti mobili, stazioni. Costa pochi centesimi, ma il prezzo non spiega la sua diffusione: si stima una media di 3 o 4 chai al giorno per abitante, pari a oltre 6 miliardi di bicchieri quotidiani. Il chai è parte dell’essenza del paese: caldo, lento da bere, richiede attesa, conversazione, riflessione, perfettamente in linea con la percezione indiana del tempo.
Dopo averlo bevuto, molti chiedono un bis per prolungare la chiacchiera o il momento di pausa. In questo, il chai è davvero uno specchio dell’India: ieri, oggi, domani.
